IL DUELLO
LE STORIE E LE TRAME
Premessa
QUESTO ROMANZO TRAE SPUNTO DA UNA STORIA REALMENTE ACCADUTA, LA NATURA ROMANZATA AMPLIFICA ALCUNE SITUAZIONI E NE INVENTA ALTRE MAI ACCADUTE. NON SI INTENDE IN ALCUN MODO LEDERE L’ONORABILITÀ DELLE FAMIGLIE PROTAGONISTE DEL ROMANZO.
SI CONSIGLIA LA LETTURA AD UN PUBBLICO ADULTO POICHÉ IL ROMANZO RACCONTA FATTI CRUENTI E CONTESTUALIZZATI IN UNA EPOCA DIVERSA DI USI, COSTUMI E LEGGI.
introduzione
Anno domini 1671…siamo nel regno di Napoli in terra di Bari, nel Ducato di Noja, feudo passato alla fine del secolo scorso nei possedimenti della Famiglia Carafa della stadera, quando Don Pompeo Carafa acquistò la “Contea” da Gisulfo Pappacoda, fratello della sua sposa Isabella.
Nel 1600, esattamente il 5 novembre, con privilegio dato a “El Pardo” dal Re di Spagna, la Contea di Noja venne elevata a Ducato, nasce così il ramo dei “Carafa Duchi di Noja” con Don Pompeo Carafa 1° Duca.
Come vedremo in seguito la famiglia saprà ritagliarsi un ruolo nel regno di Napoli e delle due Sicilie fino a diventare una delle poche ad essere ammesse a corte, vantando fino alla fine del regno Borbonico nel 1861 il privilegio per le donne del casato ad essere dame di compagnia della Regina.
I Carafa iniziarono ad imprimere la loro firma su Noja sin dal loro arrivo, trasformando la vita a corte, dove giunsero letterati, pittori e musici, inoltre, nei primissimi anni del 17° secolo iniziarono ad edificare opere “extra moenia”:
-la chiesa del Carmine;
-la chiesa dei Cappuccini con annesso convento dei frati francescani (la chiesetta dedicata a S. Antonio da Padova nacque con la finalità di divenire il Pantheon della famiglia, nel sottosuolo infatti fu ricavato uno spazio dove ancora oggi riposano il 1° e il 2° Duca di Noja con le rispettive consorti e progenie);
-la Chiesa dell’Immacolata, la chiesa della Madonna della Lama con annesso convento dei frati agostiniani;
Queste si andavano ad aggiungere alle chiese del paese già esistenti, la Chiesa Madre e la chiesa della Madonna del Soccorso entrambe ricomprese nelle mura e varie chiesette di campagna demolite nel 20 secolo o altre ancora presenti come la Chiesa della Madonna Incoronata e la chiesa della Madonna del Rito.
Altra opera voluta e realizzata dalla Famiglia fu il “Parco del Duca” che vedremo in seguito.
Noja si estendeva dalla costa adriatica all’entroterra fino a raggiungere i 100mt sul livello del mare, confinava con Rutigliano, Mola di Bari, Capurso, Cellamare, Casamassima e Triggiano.
Aveva uno sbocco a mare con la frazione Torre Pelosa (oggi Torre a Mare, quartiere di Bari), un borgo marinaro che un secolo prima era il posto preferitodella Regina Bona Sforza, quando, tornata a Bari dopo esser rimasta vedova ed aver abdicato dal regno di Polonia in favore del Figlio Sigismondo II, acquistò la Contea di Noja per una cifra spaventosamente alta per i tempi, 56mila ducati.
La Regina era solita fare i suoi bagni estivi a mare, in un tratto di costa molto riservato che garantiva privacy a lei ed ai suoi nobili ospiti dando a quella insenatura naturale il proprio nome “grotta della regina”
Il centro di Noja invece era costituito da un maniero federiciano al quale in contiguità era stato appena costruito il palazzo ducale, il paese circondato da fossato (a forma di cuore) e muri fortificati con sei torri cilindriche di difesa, aveva una porta di ingresso situata sulla odierna piazza centrale, all’interno delle mura vi era il centro abitato con le sue 710 famiglie e circa 2000 abitanti, fuori dalle mura esistevano solo piccolissimi rioni, quello “fornaci” e quello dei “pellicani” (pescatori), oltre al “Parco del Duca” che si trovava immediatamente a ridosso della porta di ingresso al paese ed era vastissimo, all’interno dello stesso i nobili ospiti dei signori di Noja si muovevano in carrozza e le cronache del secolo successivo narreranno i soggiorni di importanti filosofi francesi ospitati da quello che diverrà il 7° Duca di Noja fondatore dell’attuale museo archeologico di Napoli, già museo Borbonico e prima ancora Museo Carafa e il primo a realizzare la carta topografica di Napoli, Don Giovanni.
Nelle campagne invece, si potevano contare oltre 40 masserie tutte abitate dai “massari” che con le loro famiglie gestivano gli animali ed i campi di pertinenza, la più grande e maestosa (anche perché fortificata) era quella della “Cavallerizza” che dava il nome alla contrada verso Casamassima, qui già da tre secoli si allevavano cavalli e si addestravano cavalieri, i cavalli allevati in questa masseria furono fedeli servitori dei cavalieri vittoriosi nella Battaglia della Famosa “disfida di Barletta”.
I Carafa trasformarono la Masseria nella loro Domus e tenuta di caccia dove ospitavano i loro ospiti, per due ragioni:
• la vicinanza con Cellamare dove risiedevano i Principi “Del giudice Caracciolo” genitori della Duchessa Donna Teresa;
• la vicinanza con il territorio di Rutigliano divenuta zona per le battute di caccia del Duca e che come vedremo in seguito in questa storia, assume un ruolo importante.
Seppur compreso tra due lame (Giotta e San Giorgio) a Noja scarseggiavano riserve di acqua e forse anche per questo oltre che per ampliare il suo Potere Giovanni Carafa 4° Duca di Noia e Governatore di Abruzzo, nel 1661 affittò il territorio di Rutigliano dal capitolo di San Nicola divenendone Barone.
L’idea del Carafa era quella di approvvigionare di acqua il paese prendendola da Rutigliano (dove giungeva dall’alta murgia e li si fermava a causa della conformazione particolarmente disconnessa dei terreni formando laghetti, non a caso la creta è tipica del paese), trasportandola attraverso la costruzione di un piccolo acquedotto sotterraneo.
L’opera fu iniziata partendo direttamente dalla corte (atrio) del castello di Noja dove, ancora oggi esistono sia la cisterna che i cunicoli che giungono alle porte di Rutigliano nei pressi della chiesetta di S. Lorenzo dove furono interrotti a seguito della rivolta degli abitanti rutiglianesi, i quali, sentitisi depredati e temendo ripercussioni negative per i loro bisogni, insorsero uccidendo cinque operai, che furono seppelliti sul posto, interrompendo di fatto i lavori e il progetto Nojano.
La rivolta non rappresentò l’unico problema al Duca per aver affittato Rutigliano, quello stesso territorioinfatti, era ambito anche dal Conte di Conversano che confinandone, mirava ad espandere ancora di più il suo feudo soprattutto in direzione Noja e verso i Carafa che, seppur apparentemente famiglia amica e unita da legami di parentela, come accadeva al tempo,vi era una sorta di competizione che spesso sfociava in liti più o meno importanti.
Il Conte di Conversano non accettò che il Duca di Noja fosse riuscito a garantirsi la giurisdizione di quella area ed iniziò una lenta provocazione da quel 1661 al tempo del racconto, una provocazione lunga 10 anni fatta per lo più di sconfinamenti in località “panicelli” per cacciare i cinghiali che in quel posto abbondavano considerata la presenza di acqua e fitta vegetazione.
Gli sconfinamenti del Conte dovevano essere fermati perché rappresentavano un oltraggio alla autorità del Duca di Noja, lo stesso iniziò a pensare sul da farsi, non era affatto facile perché il viceré di Napoli era imparentato direttamente con gli Acquaviva D’Aragona e questo metteva in condizioni di tutela il Conte ma allo stesso tempo i Carafa godevano della protezione del Re di Spagna e della Chiesa avendo tanti Cardinali in Famiglia ed anche un Papa (Paolo IV) del passato.
Fu così che Don Giovanni pensò ad un avvertimento non proprio dalle fattezze nobili.
Capitolo I
Il Vassallo del Conte
Era un giorno di primavera appena iniziata, siamo ai primi di aprile e la vita nel paese scorre normalmente con gran parte degli uomini impegnati nelle campagne che, insieme alla pesca della frazione di torre pelosa costituivano l’economia del paese.
Le donne invece, intente a fare le faccende di casa, tra preparazione del pranzo, lezioni di cucito alle figlie femmine e gestione degli animali domestici.
Tutto sembrava scorrere normalmente, qui non succedeva mai nulla, finché………
…..era mattina inoltrata, i tempi scanditi dal sole, dalle campane, dai colpi del maniscalco del paese, si udivano i “lucchi” (le urla) dei venditori ambulanti giunti dai paesi limitrofi, tra questi un contadino di Conversano che veniva vendere il vino prodotto nelle sue campagne e che gli avanzava dopo averne dato la parte daziale al suo Conte, fu un attimo che il contadino si sentì braccato e bloccato da due guardie che con forza e senza invito formale lo portarono dal Duca di Noja.
Il povero contadino giunto al suo cospetto, come si dice senza saper “leggere e scrivere”, ovvero, senza saperne il motivo si chiedeva tra sé il perché fosse li e cosa vorrebbe mai da lui il Duca di Noja.
Trovò presto la risposta che cercava quando lo stesso ebbe a chiedergli:
–siete voi di Conversano? Il tuo signore è Don Giulio Acquaviva D’Aragona Conte di Conversano?
Il contadino, credendo che riconoscere il potere del nobile, suo feudatario ,lo avrebbe messo in situazione di sicurezza, ribattè:
-certo vostra Eccellenza, il mio signore è Il Conte di Conversano.
Udite queste parole il Duca di Noja si fece rosso in volto per la rabbia e dopo aver intimato al contadino di dire al suo signore che avrebbe avuto lo stesso trattamento se avesse continuato a sconfinare nel suo territorio (gli sconfinamenti nel territorio di Rutigliano per cacciare i cinghiali), ordinò alle guardie:
-tagliate naso ed orecchie a questo uomo;
le guardie non avendo possibilità di discutere l’ordine, amputarono naso ed orecchie al povero ed innocente contadino prima di avere un rigurgito di umanità caricandolo su una carrozza che lo riportò a Conversano.
Giunto nel suo paese il contadino fu subito assistito ed accompagnato dal Conte che chiese di sapere per filo e per segno quanto accaduto a Noja, fu un fiume in piena il contadino e sia per rabbia che per dolore oltre che per sete di vendetta, amplificò le frasi ingiuriose proferite nei confronti del Conte financo rivelando di aver ascoltato il Duca preparare un attacco a Conversano per annetterlo al Ducato di Noja.
Il contadino fu congedato dal Conte ricevendo in dono un sacchetto pieno di monete e la promessa di tutela e cure.
In realtà scomparve per volere del suo signore, rappresentava l’offesa ricevuta e per il Conte che si riteneva il nobile più forte della zona era impensabile mostrare un punto di debolezza sia pure per interposta persona, diede ordine alle sue guardie di ammazzarlo e requisire i suoi terreni oltre a far chiudere in convento le sue due figlie femmine e reclutare come stalliere il figlio maschio.
capitolo II
L’Inganno
Il Conte di Conversano non poteva tenersi un simile affronto ed iniziò a pensare al modo in cui vendicarsi, poteva mai restare inerme?
Inviò dei suoi uomini a Noja per studiare i movimenti delle guardie a difesa del Castello, dopo un paio di giorni passati a monitorare quello che accadeva, gli emissari del Conte tornarono a Conversano con delle notizie non proprio positive, il paese era invalicabile, le guardie impeccabili nel loro servizio e nessuno di essi avvicinabile per tramare contro il Duca.
Ascoltato il rapporto non certo incoraggiante, il Conte ancor più determinato ad attuare la vendetta pensò di intraprendere la strada della astuzia, architettando un piano tanto semplice quanto efficace.
Decise di far arrivare una donna di belle fattezze per far capitolare ai suoi piedi il comandante delle guardie e approfittare della distrazione di quest’ultimo.
Pochi giorni dopo arrivò a Noja una carrozza con a bordo una nobildonna molto affascinante che, mostrando delle credenziali artatamente costruite dal Conte, disse di essere la Baronessa di Montezugoli (*) e che doveva soggiornare in loco per tutto il mese di aprile. Trovò ospitalità in una casa fuori le mura presso una famiglia della buona borghesia locale, sistematasi iniziò il suo approccio al comandante delle guardie fino a farlo capitolare ed illuderlo diventarne la sua concubina.
Il piano del Conte prendeva forma, tutto procedeva come doveva, mancava il tassello finale, ripagare il Duca con la sua stessa moneta.
Intanto a Conversano giungevano i migliori spadaccini mercenari della zona assoldati dal Conte, ci si preparava all’azione in attesa che la falsa Baronessa di Montezugoli desse il segnale.
Segnale che arrivò il 12 aprile, la donna era riuscita a convincere il comandante delle guardie ad avere un incontro la notte del 13, si sarebbero visti nel suo appartamento situato al piano terra del castello, lui l’avrebbe fatto entrare di nascosto e concedersi una notte d’amore, a questo punto bastava entrare in azione, bisognava essere con lei ed approfittare della “falla alla sicurezza”.
Fu così che la notte del 13 aprile il Conte di Conversano con i suoi mercenari si avviò alla volta di Noja, attraversarono le campagne arrivando alle porte del paese passando da località “pozzillo” per eludere i posti di guardia situati sulle strade principali, dopo aver fatto accampare i suoi uomini e ordinato di entrare in paese se entro l’alba non fosse tornato, accompagnato da 4 cavalieri arrivò al posto prestabilito ed attese che la Baronessa di Montezugoli facesse il suo.
Alle 1 di notte furtiva, una sagoma di donna si avvicinava al posto concordato con il comandante delle guardie, era una porticina di servizio che portava alle stalle, di li doveva entrare accolta dal suo uomo e proseguire al suo giaciglio, la donna arrivò e la porta si aprì, fu un attimo che con un sobbalzo il comandante delle guardie fu immobilizzato e decapitato dai 4 cavalieri del Conte, questi entrò cosi nel castello e seguito dai suoi uomini si spinse fino alla camera da letto del Duca non prima di aver decapitato altre due guardie che sorvegliavano i corridoi.
Giunto in camera da letto, sorprese il Duca nel sonno che appena sveglio si sentì dire:
-mi riconoscete?
a tutto pensava il Don Giovanni Carafa tranne che quelli uomini nella sua stanza fossero il Conte di Conversano e i suoi cavalieri, appena rinsavito e riconosciutolo disse:
-certo, siete Don Giulio Conte di Conversano;
nel mentre cercava di proteggere la sua sposa, ma Don Giulio non era li per oltraggiare la Duchessa, anzi si mostrò fin troppo galante quando dopo aver ordinato ai suoi uomini di evirare suo marito, la Duchessa lo implorò chiedendolo di non farlo in suo rispetto.
Il Conte esaudì la richiesta di Donna Teresa Del Giudice Caracciolo esclamando:- Se lo chiede vostra signoria signora Duchessa,obbedisco!
A quel punto portarono il Duca di Noja nella stanza accanto e dopo aver fermato una sua guardia che provò ad evirarlo, ordinò che con dei sacchi pieni di paglia lo oltraggiassero colpendolo sul fondoschiena, il nobile padrone di casa si sentì sprofondare, sentiva in toto l’oltraggio, oltretutto perpetrato nella sua dimora, nella sua camera da letto, dinanzi alla sua donna.
Questo non fu tutto, il Conte di Conversano volle che l’offesa inferta fosse scritta e firmata di suo pugno dal Duca come esempio per eventuali altri malintenzionati nei suoi confronti e come aggiunse alla fine per “future memorie”.
Ottenuta la sua vendetta il Conte si congedò seguito dai suoi uomini che uscendo esplosero diversi colpi di pistola, giunto di buon mattino a Conversano di ritorno dalla vendetta fu accolto come un eroe di guerra dai suoi cortigiani, fu indetta una festa con lauti banchetti financo con l’allestimento di un macabro angolo con in bella vista la testa mozzata del comandante delle guardie del Duca di Noja (che davvero perse la testa per una donna).
continua…..
(*) personaggio di fantasia.
capitolo III
Il peso del disonore
Fu come un venticello che la notizia dell’incursione del Conte di Conversano al Castello di Noja si sparse per tutto il regno di Napoli, da quel 13 aprile il Duca di Noja si chiuse in un silenzio assordante, non aveva più vita pubblica, anche a corte nessuno lo vedeva, nemmeno a tavola per desinare con la famiglia.
L’oltraggio fu pesante e pian piano che passavano i giorni Don Giovanni deperiva a vista d’occhio, nulla serviva a farlo stare meglio, anzi ad aggravare il suo stato d’animo era l’idea che la sicurezza del Duca fosse eludibile ed il castello violabile, finì con l’allettarsi e lasciarsi lentamente morire il 24 maggio del 1671.
A corte per scoraggiare possibili attacchi futuri, si inventarono l’esistenza di un tunnel sotterraneo che collegava Noja a Conversano e che attraverso il quale il Conte arrivò nelle stanze del Duca, la costruzione dello stesso fu attribuita ai secoli scorsi, ovvero, aitempi di Federico II di Svevia ed al suo fedele cavaliere Cornelio de Vulcano primo signore di Noja che lo volle per potersi liberamente muovere tra i due castelli ed incontrare le sue Dame.
L’offesa era troppo grande per non essere vendicata dopo la morte di Don Giovanni e per questo divenne una questione di famiglia, arrivarono in paese i fratelli del Duca appena defunto, Francesco Maria e Rodolfo.
Don Francesco divenuto nuovo Duca di Noja cercò in tutti i modi lo scontro con il Conte di Conversano senza riuscirci, quest’ultimo infatti, capito il rischio che correva con la venuta dei fratelli Carafa, chiese ed ottenne ospitalità dal Doge di Venezia, il neo Duca di Noja non si arrese e chiese l’intervento del vice Re di Napoli al fine di far arrestare il Conte, anche questa richiesta fu elusa, il vice Re non diede mai risposta alla richiesta del Carafa, anzi, si trincerò in un mutismo selettivo fino a rifiutare qualsiasi missiva inerente la diatriba o le famiglie.
Don Rodolfo come vedremo nei prossimi capitoli “approfitterà” della situazione per oltraggiare la famiglia Acquaviva e coronare il sogno d’amore.
La questione andava risolta ed i Carafa capirono che dovevano sbrigarsela da soli, saputo il posto dove si era rifugiato il Conte, pensarono di vendicarsi a distanza ingaggiando un sicario, tal “Abate Millone”.
L’Abate doveva recarsi a Venezia, avvicinare Don Giulio, trovare un modo per entrare in empatia con esso e considerata la forte devozione cattolica dello stesso convincerlo a confessarsi, in quel momento lo avrebbe ucciso.
La trama era ardita e spietata, ma ancora una “falla” tra le guardie del duca di Noja fu determinante, infatti, il piano per ammazzare il Conte di Conversano fu ideato nel salone “politico” del Castello di Noja alla presenza di uomini fidati, tra questi un giovane cavaliere ambizioso Ferdinando Capuano di Sulzana (*), che puntava a diventare nuovo comandante delle guardie in sostituzione del vecchio “decapitato” dal Conte.
A dirla tutta il giovane cavaliere contribuì con buona lena ed arguta astuzia alla pianificazione, conosceva tutti i dettagli, finanche i posti dove sarebbe stato l’Abate Millone prima e dopo aver portato a termine il “compito” assegnatogli, ma si sa che spesso si fanno le pentole e non si bada ai coperchi, tant’è che appena partito l’Abate per portare a termine quanto doveva, il giovane cavaliere apprese che non sarebbe stato lui il nuovo comandante delle guardie, ci rimase male, molto male, anzi malissimo fino a voler anche lui vendicarsi della famiglia Carafa e trovare altrove la giusta considerazione che credeva di meritare, lasciò il Ducato di Noja dicendo di tornare a Napoli.
Il Capuano invece si recò a Conversano e dopo esser stato ricevuto dalla Contessa Isabella Filomarino, madre del Conte don Giulio, confessò ad essa il tranello che si stava per perpetrare ai danni del figlio.
Questo servigio ufficialmente fruttò al Capuano di Sulzana il grado di comandante della guarnigione delle guardie di Alberobello, di lui però si persero le tracce durante il tragitto per arrivare al posto del suo nuovo incarico, fu tradito dopo aver tradito.
Seguirono giorni convulsi, la Contessa inviò un emissario alla volta di Venezia per mettere in guardia suo figlio prima che l’abate Millone arrivasse in loco.
(*) personaggio di fantasia
Capitolo IV
Obiettivo Venezia
Intanto l’Abate Millone era in viaggio inconsapevole che il piano, già rischioso di suo da attuare per l’abilità di spadaccino del Conte, fosse diventato una missione impossibile a causa del tradimento del Capuano.
L’emissario della Contessa Filomarino giunse molto tempo prima dell’abate ed informò il Conte di quello che avevano tramano contro di lui i Carafa.
La spavalderia del Conte di Conversano non aveva limiti come il suo sprezzo del pericolo e decise di correre un grande rischio, quello di aspettare l’Abate e far credere di cadere nel tranello.
Fu così che giunto a Venezia, l’Abate riuscì ad avvicinare gli ambienti giusti e ad entrare in contatto con il Conte, il quale con grande sangue freddo continuava la sua recita.
Tutto doveva accadere ed accadde, quando un giorno i due erano seduti alla stessa tavola ospiti di un Nobile Veneziano che commerciava seta con l’oriente, finito il lauto pranzo il Conte chiese di congedarsi dai commensali poiché voleva riposare prima di recarsi dal vescovo per chiedere di confessarsi dato che il suo confidente spirituale era a Conversano.
L’abate Millone non credeva alle proprie orecchie, gli sembrò un segno della divina provvidenza, tutto si metteva a suo vantaggio e con falsa benevolenza disse al Conte che se avesse voluto poteva confessarlo lui stesso.
Era come una partita di poker fatta da due giocatori che bleffano, entrambi lo stavano facendo, ambedue bleffavano, nel palazzo in cui erano ospiti situato sul canal grande di Venezia a ridosso della Basilica di San Marco era presente una cappella privata, decisero di ritirarsi li per la confessione.
Entrarono e nel mentre l’Abate si preparava prendendo il suo breviario al cui interno aveva un coltello con lama appuntita, il Conte si accomodò in un angolo di spalle al muro con la porta di ingresso alla cappella privata ben visibile, l’abate invece si sedette difronte ad esso dando le spalle all’ingresso, che errore per un killer.
Il Millone iniziò il rituale della confessione attendendo che il Conte si avvicinasse al suo orecchio, aspettava quel momento per sferrare il colpo mortale che, violando le carni del Conte doveva vendicare il Duca di Noja, forse anche per la sicurezza che il piano stesse prendendo forma o per l’adrenalina del momento, non si accorse dell’arrivo alle sue spalle di un uomo che prendendolo di sorpresa e senza nessuna resistenza lo pugnalò a morte.
Capitolo V
Il carro, Il baule e la sorpresa (macabra)
A Noja e Conversano aspettavano notizie, i primi della avvenuta morte del Conte, i secondi della sua incolumità.
Anche questa volta il Conte di Conversano, Don Giulio Acquaviva d’Aragona, era riuscito a scamparla e per giunta oltre a farla franca riesce ad ammazzare il suo sicario pensando bene di “esaltare in modo macabro” il suo successo.
Il Conte prepara un carro che fa viaggiare in direzione Conversano, a bordo del quale carica un baule accompagnato da una lettera riservata e da consegnare “proprie mani” alla Contessa Filomarino.
Giunto a Conversano il carrettiere consegnò ai servitori della Contessa madre la lettera ed attese il suo ordine per scaricare il baule, di li a poco 4 camerieri di corte gli si avvicinarono indicando una finestra dalla quale sporgeva Donna Isabella che con un cenno di approvazione diede il suo benestare a farlo scaricare.
Trasportato il baule in un angolo del salone principale del castello, la Contessa ordinò di aprirlo facendo rabbrividire i presenti, il contenuto era qualcosa di spaventosamente macabro, era la pelle dell’abate Millone.
Il Conte dopo averlo fatto ammazzare, lo scuoiò e fece della pelle un trofeo di battaglia.
Nella lettera riservata a sua madre infatti, Don Giulio descriveva quanto accaduto a Venezia e gli chiedeva di esporre la pelle del sicario come monito per i Carafa sperando di convincerli a non attuare altre azioni contro di lui.
Capitolo VI
La scusa, il rapimento, l’amore!
Giunse anche a Noja la notizia della morte dell’abate Millone, sbalordiva quanta atrocità ad esso fosse stata inferta dopo la morte, in paese non si parlava d’altro.
La famiglia Carafa, stava perdendo una lite che da scaramuccia si stava trasformando a caso politico in tutto il regno.
Fu così che qualcuno pensò di unire l’ultile al dilettevole.
Don Rodolfo era da tempo innamorato di Donna Dorotea (o Beatrice) Acquaviva D’Aragona.
I due si conoscevano sin da bambini e con il passare degli anni il sentimento cresceva, si videro l’ultima volta pochi anni prima, in occasione di un ricevimento a Noja e in quella occasione scoppiò l’amore.
Ai tempi però il destino dei figli era segnato dai genitori, il primogenito maschio era destinato alla successione, gli altri avevano nel loro futuro la carriera ecclesiastica o militare.
Le Donne invece erano ancora meno libere, la primogenita concessa in sposa al nobile più in vista che ne facesse intenzione di maritarla e le altre chiuse in convento.
Questa fu la sorte di Dorotea, raggiunta l’età giusta fu mandata in clausura al convento di “San Benedetto” di Conversano per prendere i voti e divenire in futuro Madre Badessa.
Il noviziato di Donna Dorotea non procedeva come doveva, nella sua cella ogni notte piangeva e il suo pensiero era per Don Rodolfo, quanto avrebbe voluto essergli vicina e programmare un futuro con lui, immaginava la loro dimora con tanti figli e giorni sereni ricchi di amore.
Il suo padre spirituale era il Vescovo e con l’aiuto del prelato riusciva anche a scambiarsi dei messaggi scritti con il suo amato, non poteva star li, non era il futuro che auspicava per la sua esistenza.
A renderla ancora più triste erano le notizie della lite tra la sua famiglia e quella del suo amato.
Una sera durante una visita del Vescovo, Donna Dorotea gli chiese di confidarsi per avere notizie dell’uomo che amava, il prelato capì le sofferenze della novizia e tornato nella sua dimora prese penna e calamaio per scrivere a Don Rodolfo pregandolo di fargli visita.
Don Rodolfo ricevuta la comunicazione si recò dal Vescovo dal quale ricevette notizie del malessere della sua amata, parlarono tanto quella sera, pensarono a cosa potesse aiutare Donna Dorotea e cosa potesse farla stare meglio, il Carafa si lasciò scappare addirittura di portarla via da quel posto senza avere nessun cenno di contrarietà da parte del prelato.
Era evidente che quel silenzio da parte del Vescovo rappresentava un tacito consenso e che l’idea di portar via la sua amata dal convento fosse una strada percorribile.
A Don Rodolfo non sembrava vero, in un sol colpo poteva esaudire il sogno d’amore e infliggere un affronto ai nemici Acquaviva D’Aragona senza ripercussioni da parte della chiesa.
La notte del 28 luglio 1671 entrò in azione, accompagnato da due cavalieri giunse a Conversano, uno dei suoi uomini bussò alla porta del convento annunciandosi come messo del Vescovo, la Madre Superiora credette a quel cavaliere e fece aprire il portone principale, una volta dentro non ebbe problemi ad arrivare alla cella di Donna Dorotea consegnandogli un biglietto con il quale la invitava a seguire l’uomo.
Appena uscita dal convento Dorotea e Rodolfo potettero riabbracciarsi e in sella ai loro scudieri si diressero di gran lena verso Polignano dove ad attenderli era pronta una barca per portarli al sicuro a Napoli, dove potettero fare scorte di alimenti e vestiario per poi dirigersi a Roma dove avrebbero trovato accoglienza presso un alto prelato al servizio del Santo Padre.
Fu una vera fuga d’amore che non doveva sembrare tale per due ragioni, la prima perché era in gioco l’onore di Donna Dorotea, la seconda perché era utile farlo sembrare rapimento per recare affronto agli Acquaviva D’Aragona.
Capitolo VII
Il Guanto di sfida
La notizia del rapimento di Donna Dorotea, si diffuse rapidamente per tutto il regno ed oltre il confine, fu una sorta di rivincita per i Carafa, tuttavia, non soddisfacente a ripagare le offese fin qui ricevute, inoltre a ridimensionare la piccola vendetta si aggiunse anche la promessa fatta dal Conte di Conversano, il quale, fece sapere che per i Carafa da quel momento non ci sarebbe stata più pace, la sera stessa sconfinò per l’ennesima volta in località panicelli a Rutigliano, ferendo tre guardie e facendo razzia di cinghiali.
Fu così che Don Francesco Carafa, abilissimo spadaccino dal carattere fomentino prese una decisione che poteva mettere la parola fine alla diatriba, decise infatti di sfidare a duello il Conte di Conversano.
L’occasione propizia per lanciare la sfida si ebbe al castello Svevo quando il sovrintendente del ViceRè in Terra di Bari tenne un ricevimento invitando tutti i nobili della provincia tra i quali non potevano mancare gli Acquaviva D’Aragona ed ancor meno i Carafa di Noja.
Durante il ricevimento L’atmosfera era così pesante da creare imbarazzo ed apprensione in tutti i presenti, gli sguardi minacciosi dei futuri contendenti a duello erano continui, nessuno dei presenti osava avvicinarsi agli stessi per timore di essere additato come amico dell’uno o dell’altro, nemmeno il tentativo del padrone di casa di stemperare l’atmosfera sorbì effetto positivo.
Il Duca di Noja chiese l’attenzione dei presenti ed esclamò:
- Don Giulio Acquaviva, per le offese proferite alla mia famiglia che oltre ad infangarne l’onore, sono state causa della morte di mio Fratello Giovanni, la sfido a duello nel luogo e nel giorno che le aggrada di più.
Nel salone principale del Castello di Bari, calò un silenzio “assordante”, nessuno dei presente avrebbe potuto immaginare tale epilogo.
Una voce perentoria e baldanzosa ruppe il silenzio, era quella del Conte di Conversano che, con la solita sicurezza di chi si sente invincibile, esclamò:
- Duca di Noja…accetto la sua sfida a due condizioni:
che l’ invito a sfidarci sia irrevocabile e che le regole siano decise assieme.
La replica del Conte non era affatto casuale, ai tempi era solito ritirare il guanto di sfida ed ancor più importante erano le regole.
Lo sfidante “usava” umiliare il suo avversario facendogli decidere le regole ed il luogo come a voler significare che era sicuro di dover affrontare un cavaliere di livello inferiore.
Il Duca di Noja era troppo determinato, voleva quel duello ed avrebbe accettato tutte le condizioni o regole del mondo e rispose immediatamente in maniera affermativa.
Il castello svevo di Bari come il ponte del Rubicone, il dado era tratto, quello che doveva accadere accadde ed a nulla valsero i tentativi del Sovrintendente del Re e dei nobili presenti a tentare una mediazione politica e pacifica tra i due……. “Alea iacta est”, appunto.
I due nobili allora diedero mandato ai loro rispettivi attendenti di organizzare nei minimi dettagli il duello…….
Capitolo VIII
I preparativi per la sfida
L’eco del lancio della sfida fu più rimbombante di un colpo di cannone sparato nel silenzio della notte e a nulla valsero gli interventi della Nobiltà Napoletana e del clero a scongiurare che si attuasse il duello, infatti ci fu una sorta di ritrosia da parte dei signori a farlo svolgere nei loro territori, anche e soprattutto perché di fatto erano vietati dalla chiesa.
Le difficoltà aumentavano di giorno in giorno, nel mentre i contendenti attuavano una sorta di preparazione fisica e tecnica, aiutati da grandi maestri spadaccini.
Don Francesco Carafa, adibì il cortile della sua abitazione di Napoli che dopo quasi un secolo sarebbe diventato la piazza d’armi della scuola militare della Nunziatella (destino segnato per quel luogo), in palestra per esercitazioni con dovizia nel ricreare i dettagli di un vero campo da duello.
Da canto suo Don Giulio Acquaviva D’Aragona si allenava nella tenuta di Marchione, appena fuori Conversano in direzione Putignano.
Furono giorni convulsi, passarono anche dei mesi durante i quali gli attendenti incaricati di “regolamentare” il duello lavorarono di buona lena fino ad accordarsi che lo stesso si sarebbe svolto con la tecnica della doppia arma e al primo sangue.
In pratica ogni duellante poteva impugnare sia la spada che il pugnale e lo sconfitto sarebbe stato colui che avesse subito la prima ferita importante.
Fu una scelta strategica per ammorbidire le autorità e ricevere il permesso allo svolgimento del duello e soprattutto perché il duello all’ultimo sangue che termina con la uccisione dello sconfitto, avrebbe potuto innescare altre tensioni e sete di rivincite tra le famiglie.
Nonostante queste regole più “umane”, per i duellanti restò difficile trovare ospitalità di un campo di battaglia, nel regno tutti negavano i loro territori, ancor peggio nello stato pontificio e nei piccoli stati del nord.
Fino a quando vi fu un colpo di scena……….
……Un Nobile Napoletano appresa la notizia della sfida e della impossibilità a trovare ospitalità da parte dei contendenti, fece leva della sua autorevolezza e dei buoni rapporti instaurati con il governatore di un posto lontano scevro da condizionamenti ecclesiali ed ottenne il permesso a far svolgere il duello in quel di…
Capitolo IX
La sorpresa (cattiva)
Quando ormai sembrava tutto pronto e il duello prossimo a tenersi, il Nobile Napoletano che aveva a più riprese detto di godere di conoscenze e benevolenze da parte di molti signori regnanti, chiese in anticipo una grossa cifra di denaro con il fine di preparare il luogo del duello.
Fu così che gli attendenti dei “nostri” futuri duellanti, versarono rispettivamente la metà del denaro richiesto al Nobile, il quale ricevuta la somma si congedò partendo verso il presunto luogo del duello, lasciando a garanzia i suoi bagagli.
Passavano i giorni, scorrevano le settimane ma dal Nobile non giungevano notizie sia sul luogo del duello e men che meno sulla data, Don Francesco Carafa e Don Giulio Acquaviva erano impazienti e diventavano sempre più difficili da controllare, iniziarono a dubitare della fedeltà dei loro attendenti, colpevoli questi ultimi di non essere in grado di organizzare il duello.
Fu per queste ragioni che nacque una tregua tra gli attendenti, i quali vollero creare un fronte comune con lo scopo di trovare e raggiungere il Nobile e finalmente far svolgere il duello.
Ormai era Autunno inoltrato, le giornate cominciavano ad accorciarsi, così decisero di partire all’alba del 21 ottobre del 1671 alla volta di Pescara, città nella quale fu visto per l’ultima volta, il viaggio non fu per niente piacevole, sia per le condizioni climatiche che per l’agguato di cui furono vittima in località “Monterotondo” subito fuori l’abitato di Andria in direzione nord.
Furono assaliti da 10 uomini che sembrasse li stessero aspettando, sapevano del loro passaggio e che stavano cercando quello che ritenevano un Nobile, grande fu la sorpresa dei due attendenti quando riconobbero a capo di quei banditi proprio chi stavano cercando e che credevano fosse a Pescara.
Non credevano ai propri occhi, erano vittime di chi avevano pagato, di colui che ritenevano un Nobile ma che in realtà era un impostore ladruncolo, fu lui stesso a svelare l’arcano, si presentò con il suo vero nome….Peppino Settevalli (*), conosciuto molto bene negli ambienti criminali ed ancor più nelle patrie galere di molti stati.
Il Settevalli, una volta svelata la sua vera identità, non esitò a derubare i due attendenti dei loro denari e dei cavalli, minacciandoli di non dargli la caccia perché alla prossima occasione non gli avrebbe risparmiato la vita.
Increduli i due si misero in marcia verso la via del ritorno con addosso l’onta del disonore ed il peso di dover dire ai loro signori di essere stati vittime del raggiro e del furto, ma si sa che le ciambelle non riescono tutte con il buco e per sfortuna del bandito Settevalli, la regola valeva anche ai tempi, infatti, sulla via del ritorno affamati e stanchi i due attendenti incrociarono due uomini a cavallo ed il caso volle che uno dei due era Don Riccardo Carafa di Andria, cugino di Don Francesco di Noja e signore di Andria, Ruvo e Corato il quale dopo averli soccorsi e aver ascoltato i fatti, chiamò le su guardie e si mise sulle tracce dei banditi che sorprese nei pressi di Castel del monte.
La banda del Settevalli aveva li il suo quartiere generale, la fitta vegetazione e le insenature naturali del territorio consentivano di diventare quasi invisibili oltre a garantire una ottima misura di difesa.
Fu uno scontro cruento nel quale ebbero la meglio gli uomini del Duca di Andria, il Settevalli fu catturato è divenuto prigioniero costretto a restituire il maltolto prima di essere, tradotto a Napoli e rinchiuso nelle “segrete” di Castel Capuano in attesa del processo che lo condannò alla pena capitale che fu eseguita in pubblica piazza.
(*)personaggio di fantasia
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Continua………
